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giovedì 2 dicembre 2010

2/12/2010

Tic-Toc-Tic-Toc.
Ad attirare la mia attenzione, è l'orologio a pendolo posto sul mobile del soggiorno. Anche se non ce ne accorgiamo, non siamo mai fermi. È tutto un continuo mutare di fatti, facce, sensazioni e idee. Spesso vorremmo -ma non possiamo- girare quelle lancette indietro sperando che anche “il tutto” intorno a noi ritorni di conseguenza. Portarlo indietro di un minuto per una frase sbagliata, portarlo indietro di un giorno per qualcosa che ci ha dato dispiacere, ma anche portarlo indietro di quel che basta per riparare gli errori che invece, una volta commessi, ti segnano tutto il percorso.

Tra una parola e l'altra, di Norvegia se ne sono già andati tre mesi e mezzo. Credo che sia giunto il momento di “spogliarmi” e dirvi com'è davvero stato il distacco dalla mia terra, dalla mia gente.

Ero carico a mille prima di partire, una molla che, lasciata andare al momento giusto, avrebbe liberato tutte le energie accumulate in un periodo pre-partenza durato all'incirca un anno. Un anno, quello che mi ha accompagnato sino all'Aeroporto di Fiumicino, che era già stato di per se indimenticabile, in cui sono successe tante cose che mi hanno aiutato a crescere e maturare, e a rendermi davvero pronto per il grande salto che stavo per fare. Non credo di aver mai avuto ripensamenti riguardo alla mia decisione, se non sporadiche occasioni in cui le emozioni del momento hanno preso il sopravvento. Ci tengo a precisare, e l'avevo già fatto in passato, che andare un anno lontano da tutti non è un “che culo, tu vai là, senza problemi...hai fatto bene!”, perchè in Italia avevo tutto quello di cui avevo bisogno: una famiglia stupenda e degli amici VERI. Cosa si può pretendere di più? Certo, una ragazza che ti completi. Beh, è arrivata anche quella. Perchè allora sarei dovuto partire e lasciar lì le meraviglie che mi circondavano? Una prova, una nuova e grande prova che, un giorno superata, saprà farmi crescere di più, darmi esperienze che solo questo tipo di “avventura” può regalarti.
Gli ultimi giorni in Italia sono stati un mix di emozioni che, giunte così vicine l'una all'altra, non mi hanno neanche dato lo spazio dove poterle mettere. Poi lo spazio è arrivato, il mio cuore si è aperto così tanto da farle entrare tutte. E quando qualcosa ti entra dentro nel cuore, di tempo per farla uscire non ce n'è mai abbastanza. Te ne puoi dimenticare per un giorno, due, una settimana, ma poi finiscono per tornare anche più forti di prima. Nello spazio in cui “te le dimentichi” però, puoi fare errori che nella maggior parte dei casi risultano irrimediabili.
Quando te ne vai da qualcuno, da tutti come nel mio caso, vengono sempre fuori un milione di speranze e promesse. Sono quest'ultime che poi ti fregano. Non quelle ricevi, ma quelle che hai fatto e non riesci poi ad esaudire. È spiacevole, tutto qui.

Ci sono stati momenti di sconforto, in cui avrei davvero preso il primo volo per l'Italia, per riabbracciare le persone che nonostante la distanza non sono mai mancate. E qui devo fare un appunto: ero ottimista sul fatto che i miei amici, quelli veri, non mi avrebbero mai fatto mancare il loro affetto. Beh, è stato tutto oltre le aspettative. Persone, le mie, che ci sono sempre state. Con un messaggio, con una chiamata, con qualcosa di inaspettato. Ma ci sono state SEMPRE. E non finirò mai di ringraziarle. Non potete neanche immaginare come, anche uno stupito sms, possa cambiarmi le giornate. È un segno d'affetto, minimo, ma che in questo momento della mia vita assume un'importanza non indifferente.

Ora finalmente (quasi) tutte le cose stanno andando per il meglio. Vivo con una famiglia che mi vuole bene, che mi regala continuamente sorrisi veri, che vengono dal cuore. E queste sono cose che ti riempiono. Non si è mai sazi di stare bene.

Questa volta, in confronto alle altre, mi sono dilungato forse un po' troppo. Avevo però bisogno di scrivere tutto questo. :)

Buona giornata.

Matteo.